Gone with the flow - RegoleZero
Time is running out...
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Più di *loading* neuroni bruciati
Era tanto, troppo tempo che non mi gustavo l'attesa di un pacco di libri. Una specie di Natale improvvisato dentro una scatola di cartone, con tanto di effetto sorpresa.
La vera sorpresa non è il contenuto (i titoli li ho scelti io, chiaro) ma il Contenuto dei libri stessi, autori conosciuti, cervelli già apprezzati che partoriscono genialità che voglio assorbire e contemplare
.
E già so che li adorerò, questi piccoli figli di carta, messi prima in un carrello virtuale e poi in una cicogna a otto-quattro ruote prima di arrivare tra mani amorevoli.
Saranno ore di ottima compagnia e di grandi riflessioni. Amici di una vita.
Sono profondamente convinto che bastonare un pitbull chiuso in sacco NON sia una grande idea. Soprattutto perchè, prima o poi, uscirà dalla prigione di juta e sarà molto, molto incazzato. E dove non è arrivata la vista, arriveranno udito e olfatto. E istinto.
Causa-effetto a lunga durata.
Attivazione.
Il nonno non si muove più. Parla poco, o forse dovrei dire rantola poco. La morfina fa il suo effetto, ma non gli risparmia il calice amaro. Eppure sopporta. Non si lamenta. Anzi, mi fa anche dei timidi, sdentati sorrisi mentre gli tengo la mano, mentre lo rimprovero senza troppa convinzione perchè non ha mangiato. Più un rito che altro, questo lo sappiamo entrambi, ed entrambi recitiamo diligentemente la nostra parte.
Gli tiro un pò le guance e la poca pelle rimasta sotto il mento, gesti infantili che non ho mai abbandonato e che ci fanno sentire ancora vicini. Lui è paziente. Come sempre. Una montagna.
Unico membro della famiglia con cui ho ed avrò sempre un'affinità speciale.
L'unica testa matta, l'unico davvero innamorato della Vita, la stessa che ora, beffarda, sfugge in un doloroso stillicidio.
Diesel, il micio di casa, mi guarda un po' scocciato, arrotolato sul fondo del letto. Quel letto che sembra troppo grosso per l'uomo sembra appena sufficiente per l'indolente felino. Resta in attesa che io me ne vada fuori dai coglioni, giusto per accucciarsi sullo stomaco del nonno. Mamma mi fa vedere delle foto, dice che non lo abbandona mai e lo vedo sul piccolo schermo del cellulare, una mano tutta grinze tra le pelose orecchie triangolari. Bravo gatto. Sapevo che saresti diventato un pilastro della famiglia. Ho scommesso sul gatto-cavallo vincente.
Ora. Una partita alla volta. Altrimenti non reggo.
Ed è strano pensare che solo il giorno prima, firmavi la tua stabilità .
Il giorno successivo firmavo la mia (in)stabilità.
Ed è ancora più strano pensare che, dopotutto, va bene così. Due firme che in un modo o nell'altro ci aiuteranno ad essere. Basta non fermarsi.
Sono le ore che non passano, quelle grigie, nuvolose come il cielo di oggi. Farcite di nulla, portano sulle spalle un pesante carico di stanchezza e inevitabili pensieri. Non portano soluzioni ma solo la prospettiva poco allettante di un weekend di lavoro solitario e malinconico, tra imballi e scatoloni.
Ore così fottutamente "medie" da portare domande sulle identità delle persone che mi circondano. Li osservo e mi chiedo come riescano a sopportare tutto questo grigio senza morire asfissiati. Tonalità media tra il bianco e il nero, la viltà degli uomini fatta colore nonchè stile di vita.
Routine che uccide, fatta di giorni, ore, minuti. Tonnellate di sabbia grigia in una clessidra che prima o poi si romperà e senza alcun preavviso. Grigia come l'asfalto dell'autostrada che ormai odio, grigia come la città che mi preparo ad incontrare in queste ultime fughe.
Dove sono finiti i miei sogni? Da cosa posso ripartire? Non riesco più a trovare più quei piccoli obiettivi colorati. Non ora.
Ora
vedo
attraverso
queste
fottute
vostre
lenti
grigie.
Ma preferisco cavarmi gli occhi e vivere nel buio più assoluto. Il nero. Potere di scegliere.
Ricominciare ad annaffiare i pensieri per far crescere giovani virgulti di parole. Vitigni selezionati di frasi che, se trattati con cura, possono finire in piccole botti di rovere a tentare di elevare la propria condizione da brodo primordiale a nettare degli dei.
Ricordo con un briciolo di sdegno quei romanzi mai imbottigliati, quelli che hanno perso ogni sapore a causa del troppo zelo. Quella perfezione irraggiungibile, quel bouquet sempre cercato e mai trovato.
Cappello di paglia in una mano, bicchiere vuoto nell'altra. E nel salone c'è un chiassoso gruppetto di commensali che aspetta con pazienza l'arrivo di quest'annata...
Se resteranno, sarà una sbronza colossale di gruppo. Altrimenti, un coma etilico.
Anzi, due.
Timidamente, tirò fuori la testa dall'ingresso della sua tana. Nuovi odori, nuove fragranze si diffondevano nell'aria frizzante del primo giorno di ottobre, solleticando le sue narici e riaccendendo un istinto primordiale sopito troppo a lungo.
Era un nuovo vigore quello che attraversava la sua anima e il suo corpo. Le ferite da taglio sul dorso erano ormai rimarginate. Quei fastidiosi pruriti di guarigione avevano smesso di tormentare il suo sonno e l'esperienza l'aveva reso più forte, più scaltro.
Il prolungato e grossolano errore di valutazione, era servito per capire i mille infidi travestimenti dell'essere umano. A evitarli con semplice diffidenza o combatterli in cariche fulminee. A capire che la fiducia totale va riposta solo nelle creature che la meritano. Che l'equilibrio basa le sue fondamenta su valori incrollabili che non possono mancare.
Guardò l'interno del rifugio. Il caos che vi regnava era in contrapposizione con il suo nuovo stato mentale ma non se ne curò. Qualcosa di avvolgente lo stava chiamando e non poteva resistere. Doveva e voleva rispondere. Con uno scatto di coda e un fremito delle vibrisse, uscì, trotterellando.
La stagione dell'amore era cominciata.