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Più di *loading* neuroni bruciati

La stanza, è fredda e buia, a parte i minuscoli sensori di movimento luminosi incastonati nelle pareti. Entro, sfiorandone con gli artigli le pareti di cemento armato grezzo, tipico dei sotterranei delle vecchie fabbriche russe del XX secolo. Sento le unghie stridere nei punti in cui è sbeccato, punti nei quali si intravedono i sottili cilindri di ferro. Questa è la mia tana. Lo è stata negli ultimi quattro anni, ma finalmente il momento è giunto. Non vivrò più nell'ombra, riprenderò il mio regno in superficie, e lo riprenderò oggi.
Indosso il casco e i guanti. La tuta non l'ho mai tolta. Nonostante possa riprendere le mie sembianze demoniache in questa stanza, sono costretto dai dettagli anatomici di questa stupida invenzione umana a mantenere l'aspetto di un giovane. La stessa invenzione che mi ha ridicolizzato, che ha limitato il mio potere. Sento la rabbia fremere nelle vene come fuoco liquido e me ne compiaccio. Tutto è come allora...
Sono passati cinque anni da quella fatidica data del 2060. Gli stati del pianeta Terra si sono uniti in un'unica alleanza globale. Le precarie condizioni ambientali che hanno portato il pianeta sull'orlo della distruzione, i primi contatti pacifici con forme di vita aliene, dominate da divinità a me sconosciute, sono stati i principali motivi di questa ridicola unione. L'uomo ha perso la sua naturale aggressività. O meglio, l'ha convogliata in una maniera inaspettata, disarmandomi completamente.
Beffandosi di me, Amon.
Uno stupido gioco, un gioco virtuale, un videogioco. Ridicolo vero? Nessuna guerra atomica, nessuna guerriglia. Nemmeno uno scontro con le tanto amate armi da taglio, gli esseri umani non si uccidono più tra loro. Sono pacifici come pecore al pascolo, ma io so che nel loro intimo arde ancora il lupo nero dell'ira. Basta risvegliarlo ed è quello che farò.
Questo dannato Bloody Arena è la causa dei miei mali. Ogni giorno miliardi di giocatori si connettono, si sfidano e si scontrano in tanto sanguinose quanto finte battaglie, risolvendo così le loro dispute. Le ferite riportate nel gioco, vengono simulate tramite una serie di impulsi cerebrali, il casco ne è il vettore, nonchè il visore stesso. I movimenti sono liberi, le stanze da gioco sono grandi abbastanza da consentire qualsiasi movimento che viene colto dai sensori di movimento. Nessuno muore nel gioco, semplicemente perde punti Gloria. Il vincitore ne aggiunge. Un ranking mondiale che include tutti i tipi di combattimenti, con tutte le armi. Divertimento per grandi e per piccini. Ovviamente sono i più giovani che si dedicano di più a questo passatempo, per sfogare l'aggressività, piccoli mostri assetati di pixel rossi. Ma che gloria può mai esserci in un gioco?
Nella ormai squallida vita reale, la violenza è stata bandita: forze di polizia interplanetarie vigilano sulle città sovraffollate. Chi viene colto a dare sfogo alla propria rabbia contro un suo simile, sparisce senza lasciare alcuna traccia. La rabbia è repressa e la valvola di sfogo è fatta di immagini di sangue ad alta definizione, del tutto verosimili per chi si trova a infliggerle e subirle, ma prive di conseguenze. Tutto l'opposto delle grandi carneficine, le grandi battaglie del passato in cui l'odore del sangue era talmente forte da causare il vomito.
Fortunatamente, non ho perso la mia natura demoniaca nonostante questo insulso stratagemma pacifista. Tutto questo tempo nell'ombra mi è servito per guadagnare il rispetto di questa comunità di finti guerrieri, per raggiungere la vetta della classifica internet. Per diventare il guerriero definitivo e poter scegliere i miei avversari, uno per uno. Nessuno si tirerà indietro in questa partita, tutti bramano la vetta e questa sarà una sessione di gioco molto divertente.
I miei avversari sono stati scelti con cura. Sono figli di uomini potenti che, come i genitori, bramano gloria. La stessa gloria che i loro padri hanno guadagnato nella vita reale schiacciando intere nazioni con i loro arsenali ed eserciti. Milioni di profughi, milioni di vite spezzate dall'ira di cui tutti si sono dimenticati.
Quello che questi giovani viziati ed annoiati non sanno è che posso penetrare nel sistema, nel server centrale. Posso agire fisicamente su di loro, posso danneggiare le loro cellule cerebrali remotamente, posso trasformare la loro finta morte in una morte così reale da farmi rabbrividire di piacere al solo pensiero. Posso fare quello che i creatori del gioco, la Sherakova Inc. hanno garantito che non possa mai accadere.
Io
posso
barare!
Premo il pulsante rosso accanto alla porta. Una voce suadente femminile, mi dà il benvenuto, le pareti grigie lasciano il posto a un gigantesco colosseo, gremito di folla fino agli spalti piu' alti. Sono l'unico essere del Pianeta ad avere come nickname il proprio nome reale. Amon. Ed è lo stesso nome che stanno gridando a squarciagola le comparse gestite dall'intelligenza artificiale, personaggi dell'antica Roma, presenti in gran numero nell'arena che ho scelto come scenario per la mia battaglia virtuale.
La polvere sui miei sandali, sembra vera ma è tutta illusione. Sorridendo, getto il gladio corto nella polvere, sono pronto ad affrontarli tutti a mani nude.
Eccoli. Entrano dai cancelli principali, brandendo armi dall'aria minacciosa. Vestono armature pesanti, stringono spade, asce, mazze ferrate. Hanno studiato le loro mosse per settimane, scambiandosi consigli e strategie su forum e chat. Mi attaccano come una forza unica, sono una centuria al completo. Passando attraverso le loro file in preda alla furia cieca più completa, inizio a divertirmi. Prevedo le loro mosse. Riesco a materializzare i miei artigli nel gioco come se fossero un'arma qualsiasi e il risultato è la più splendida carneficina della storia. Cadono virtualmente come mosche ma per ogni vita virtuale spezzata, il rispettivo proprietario, nella sua ricca sala giochi privata, crolla al suolo, stecchito.
Emorragia cerebrale. Come nell'antico Egitto, sono l'Angelo della Morte. Finisco l'ultimo, sfondandogli la corazza e strappandogli il cuore dal petto.
La partita è finita. La finta folla è in delirio. Pupazzi virtuali assetati di sangue virtuale.
Levo il casco. La stanza di cemento è immersa nel silenzio più completo. La cosa bella di questi anni di ipocrita pace è che le informazioni viaggiano in fretta. Talmente in fretta che la notizia che l'innocuo videogioco Bloody Arena ha stroncato queste giovani, importanti vite da VIP, avrà già scatenato un putiferio nonostante siano passati soltanto pochi secondi dalla fine della sessione. Alcuni vorranno vendetta. E guardacaso, saranno gli stessi personaggi rei di aver fatto sparire la violenza dal mondo.
Le pareti tremano.Hanno abboccato. Qui, nel ventre della terra, nel sotterraneo della Sherakova Inc. posso sentire le prime bombe intelligenti cadere, scagliate dalla mano tremante di furia di uno di quei vecchi, patetici assassini. Suonano come tamburi, tamburi che inneggiano a me. A me soltanto.
Sorrido. Ho vinto la mia partita.
Ancora una volta, è la guerra.
E ancora una volta, è mondiale.
Nota: questa è una prova di gruppo. La prima parte della prova la trovate qui

Un odore forte, acre, la svegliò.
"Zolfo" pensò, ricordandosi le lezioni di chimica. Come quindici anni prima, anche i soli vapori di quell'elemento, le davano nausea e la facevano lacrimare.
Si asciugò gli occhi con la manica del vestitino a fiori, si alzò da terra e guardò intorno a sè. Un grido di disperazione cercò di salirle dalla gola, ma lo sgomento di quell'istante che le parse eterno, lo bloccò: ciò che stava osservando era fuori da ogni umana comprensione. Una distesa desertica dal colore rosso cremisi la circondava in ogni direzione, intervallata ogni tanto da delle crepe dai contorni frastagliati che parevano ferite. Ferite della terra che parevano sanguinare di luce liquida.
"Sembrano squarci, la terra è viva" pensò.
In lontananza, di fronte a sè, una catena montagnosa dall'aspetto sinistro. "A.... Andrea?!" bisbigliò terrorizzata. Nessuna risposta.
"Omioddio, ma cosa significa tutto questo? Dove sono finita? Dove cazzo sono finitaaaaaaaa???" urlò isterica per poi iniziare a singhiozzare... e si abbandonò a una crisi di pianto. La sua mente cercava in maniera spasmodica di trovare un riparo a questa visione, una spiegazione logica al luogo nel quale si trovava ora. Si ricordò del laptop di sua madre e l'unica cosa che riuscì a pensare fu... l'Inferno.
Eva. E Gabriele con il suo messaggio.
"L'Inferno... esiste davvero? Ma io non ho meritat..."
Si bloccò. Il ricordo del bacio appassionato con Andrea la colpì come uno schiaffo in pieno volto. Ricadde sulle ginocchia e svenne.
Quando riprese conoscenza, la terra stava vibrando.
"Passi, passi di un gigante! Sta venendo a prendermi !!" fu la prima cosa che le venne in mente, mentre gli occhi le si sgranavano in preda al terrore... ma la parte più intima e razionale di lei, la calmò.
Respirò.
Erano passi sì, ma passi di un esercito. Una moltitudine di persone che camminavano. Anzi, marciavano. Aveva visto delle parate militari in quei vecchi documentari di storia sulla sua tv ad ologrammi, di quando l'uomo aveva bisogno di riunirsi in gruppi armati per sovrastare altri uomini. Per ucciderli.
Si concentrò per localizzare l'origine del suono e iniziò a dirigersi verso di esso. Le montagne rimbombavano.
"Se sono arrivata sin qui ci dev'essere per forza un modo per andare via. Non sono morta, non posso essere morta!" pensò. E per dare conferma alla sua tesi, prese un sasso affilato e si fece una piccola incisione sul palmo della mano. Il sangue uscì, pigro, e lei avvertì il dolore come un dolce sollievo.
"Forse, non tutte le speranze sono perdute" pensò.
Iris iniziò a correre. Più forte, più motivata. Doveva rivedere suo figlio e non si sarebbe fermata fino a quando non fosse uscita di lì. VIVA.
Vista dall'alto, era un puntino chiaro in una landa desolata, sotto un cielo di tenebra, fatto di nuvoloni neri, dall'anima ingorda.
Si sovrastavano l'un l'altro, si ingoiavano l'un l'altro. Eppure, nonostante le tenebre eterne, il suolo sembrava ardere di luce propria, mostrandole il cammino. Ci volle un'ora per raggiungere la base della montagna più vicina, alla cui base si fermò, ansante. Il suono era vicinissimo ormai, un vero e proprio boato. Trovò una spaccatura nella roccia e, senza indugiare, vi si infilò dentro, guidata dal rumore. Riusciva a malapena ad avanzare, strisciando contro le pietre aguzze, lacerando il vestito e procurandosi una serie di piccole, dolorose ferite, ma la visione di uno spiraglio di luce rossa che indicava la fine del passaggio le diede la forza necessaria per continuare.
Il rumore era ormai insopportabile.
Si sporse dallo spuntone e diede un'occhiata.
Si aspettava di vedere qualcosa del genere e riuscì, tappandosi la bocca, a trattenere il grido che avrebbe potuto smascherarla. Una schiera infinita di corpi nudi marciava ordinatamente, come un fiume in piena in quello che si era rivelato essere un canyon nascosto tra le montagne. Avrebbe voluto chiedere aiuto ma il suo istinto di conservazione la costrinse a fermarsi. Si fermò ad osservare l'orrenda migrazione dal bordo del suo nascondiglio improvvisato.
Alcuni di loro avevano apparenze completamente umane. "La maggior parte" pensò. Ma mischiati tra loro, vide passare orrende creature dal corpo umano e testa animale, uomini con code a scaglie, donne con zampe artigliate da falco e tutti proseguivano la loro marcia. Sembravano sofferenti, spenti e privati della loro volontà.
"Avanti, schiere infernali!" tuonò una voce, seguita subito dallo schiocco di una frusta. "Oggi è il nostro grande giorno, oggi ci batteremo e vinceremo! Oggi, io, Amon, condurrò le tenebre alla vittoria! Oggi, nel Giorno del Giudizio, schiacceremo le schiere del Grande Bianco, sulla Terra che ci ha ripudiati! Avaaaaaanti!"
Un carro passò davanti a lei, trainato da una moltitudine di anime dannate che sbraitavano e sbuffavano, digrignando i denti per lo sforzo sovrumano. Sul carro, un essere dalle ali nere di pipistrello, denti aguzzi e ghigno demoniaco, faceva volteggiare un gatto a nove code sulle schiene nude delle sue bestie da soma causando orrende ferite che subito si rimarginavano. Iris, da sempre appassionata di storia, riconobbe tra quelle anime dannate svariati condottieri del passato. Da Hitler a Stalin, da Napoleone a Pizarro, li vide tutti passare sofferenti sotto la frusta traboccante di collera bestiale.
Fu allora che le venne un'idea. Si spogliò completamente, sporcò di terra rossa il suo corpo e, appena il momento fu propizio, si inserì nella colonna, dietro al carro, fuori dalla portata della frusta dell'essere diabolico, cercando di imitare l'espressione sofferente dei corpi che le stavano accanto. "Dopotutto, se stavano preparandosi alla battaglia sulla Terra, quale modo migliore di tornare a casa che schierarsi all'interno dell'esercito?" pensò.
Iris camminò per ore all'interno del canyon in mezzo a quella insolita compagnia. Nuove piaghe si aprivano sulla pianta dei suoi piedi ad ogni passo sul fondo ghiaioso mentre la speranza stava iniziando a scemare e il dolore stava iniziando a prendere il sopravvento... quando una strana luce verde sembro' apparire in quella che pareva essere la fine del canyon.
"Il passaggio, eccolo!". Il suo cuore sussultò di gioia mentre osservava le schiere infernali che la precedevano mentre sparivano all'interno di quello che sembrava un portale per un'altra dimensione.
"E se mi facesse male? E se il mio corpo non potesse tollerare questo sbalzo? E se mi smascherassero?"
Iris continuò a camminare cercando di non pensare al peggio. Venti metri, dieci, cinque...
Pensò a suo figlio. Chiuse gli occhi.
Una luce verde. Un lampo.
E poi l'aria, aria fresca. Un prato enorme, una pianura . La Terra. Solo il cielo sembrava essere cambiato. Gli stessi nuvoloni neri che aveva visto la mattina, prima che Andrea entrasse in casa sua, facevano da cornice alla parata delle schiere demoniache mentre l'orizzonte era pieno di luce che si rifletteva sugli scudi di un esercito luminoso che si trovava già schierato dall'altra parte del campo. Il conforto dell'essere tornata "a casa" scemò subito dopo aver realizzato la sua nuova condizione: non sarebbe riuscita ad uscire prima dell'inizio della battaglia. Si trovava all'interno di un esercito di demoni, spalla a spalla con quelle creature, senza nessuna via di uscita. Avrebbe dovuto aspettare la carica.
Tamburi contro trombe, urla contro canti. Ombra e luce. Amon, il condottiero demoniaco in prima fila sul suo carro alzò la mano sinistra con un gesto teatrale, quasi volesse fermare il tempo. Si squarciò il petto con gli artigli e, con un rumore che quasi condusse Iris alla pazzia, si strappò il cuore tenendolo palpitante nel palmo. Ne mangiò un pezzo e spremette con forza il resto. L'eccitazione tra i demoni regnava sovrana, quasi elettrica.
Tutto si svolse in un attimo. Amon lasciò cadere la poltiglia sanguinante. Fu il segnale.
L'armata demoniaca si mosse portando con sè l'oscurità, come un'onda gigantesca... di corsa. Le schiere angeliche attendevano dall'altra parte, immobili. Iris corse, per non rimanere travolta. Ancora una volta stava andando incontro all'ignoto. Chiuse gli occhi nel momento in cui iniziò a vedere i volti degli angeli che attendevano come statue d'avorio ed oro, l'orda bestiale.
Luce Ombra Luce Ombra Luce.
Tenebra. Il buio la colse.
Nota: questa è una prova di gruppo. La terza e ultima parte della prova la trovate qui

Il cavallo baio lanciato al galoppo iniziava ad accusare la fatica accumulata durante il lungo viaggio e dava i primi segni di cedimento. La bava scendeva copiosa ai lati del morso, il respiro della bestia diventava sempre più irregolare ed affannato ma il suo cavaliere non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Il terreno accidentato del sentiero smarrito nell'oscurità della notte, tra gli alberi imponenti della foresta di conifere nascondevano pericoli e insidie antiche, che anche un giovane guerriero armato di spada, per quanto abile, non avrebbe potuto fronteggiare. Si sarebbe fermato solo all'alba, quando le forze demoniache e gli spiriti inquieti che abitavano quelle terre avrebbero perso parte del loro potere rendendo il suo viaggio più sicuro. Non ho bisogno di muovermi dalla mia stanza per sapere che presto sarà qui, come io desidero. Le creature della notte sono i miei messaggeri: lupi e gufi lo hanno accompagnato durante il tragitto, silenziose vedette dagli occhi gialli che riescono a catturare quello che un uomo non potrebbe mai vedere e riportano a me, Amon. Tutto scorre secondo i miei piani e me ne compiaccio.
L'aurora. Eccola spuntare timida, nelle sue sfumature rosate e giallastre che diventano piccole scaglie di luce mentre si fondono nelle acque limpide del lago dove il cavaliere sta per fermarsi per abbeverare il suo destriero. Una brezza leggera gli scompiglia i capelli lunghi e la barba ben curata mentre consuma il suo pasto a base di carne essiccata seduto su una roccia a contemplare lo spettacolo meraviglioso della campagna di Aquisgrana.
Il suo viaggio sta per giungere al termine, ancora un'ora di cammino e sarà al mio cospetto. Posso rilassarmi ed aspettare in tranquillità bevendo un pò di quel vino rosso che voi umani sembrate particolarmente gradire.
Lo sorseggio piano, lasciando che il sapore aromatico e il calore si diffondano nel palato e colpiscano i miei sensi. Non ho fatto fatica ad entrare nel corpo che sto attualmente occupando: era un uomo dalla volontà discutibile e facile preda dell'Ira, un gioco da ragazzi per un demone come me. Sono entrato in lui durante l'ennesimo slancio di rabbia nei confronti di una delle sue serve, punita duramente per non aver soddisfatto i suoi doveri di concubina secondo le esigenze del suo tiranno.
L'unico uomo che si è accorto della mia demoniaca presenza nei giorni successivi è stato il Cappellano del castello. Stolto! Ha cercato di recitare una formula di esorcismo mentre il mio corpo mortale dormiva ma ha fatto male i suoi calcoli. Ho posto fine alle sua vita sollevandolo per il collo e strappandogli gli arti uno alla volta per poi lanciarli nel fosso sottostante insieme al torso ancora fremente. Giusta punizione per un'essere inferiore che avrebbe potuto mandare a monte i miei piani. Le regole delle schiere angeliche e demoniache sono rigide, non possiamo possedere lo stesso corpo umano per più di una volta e io ho intenzione di restare qui dentro ancora per un pò. Per un bel pò.
Rumore di zoccoli. Il ragazzo sta arrivando. Lo seguo con la mente mentre costeggia il muro della casa nella quale ho organizzato l'incontro. Non ha fatto domande ed è partito subito non appena gli è stata consegnata la mia missiva.
Passi che si avvicinano. E' finalmente giunto. L'uscio si apre e il giovane mi corre incontro abbracciandomi
"Carlo, fratello mio! E' passato tanto tempo dall'ultima volta che ci siamo visti. Come mai mi hai convocato qui?"
Trattengo a stento un sorriso e mi calo nella parte.
"Carlomanno, purtroppo ho brutte notizie dal regno. Nostro padre Pipino è morto due giorni fa a Saint Denis, ma la notizia non è stata ancora diffusa. Essendo noi gli unici eredi, ho pensato che dovremmo essere noi ad annunciare al popolo l'accaduto per evitare che ci possano essere dei focolai di rivolta fomentati dai traditori che tramavano contro di lui . Per questo ti ho convocato qui in segreto. Devo comunicarti le volontà del padre."
E' visibilmente turbato dalla notizia. Tuttavia, i suoi ventidue anni lo rendono gia' un uomo maturo che ha già conosciuto i misteri della vita e della morte. Si siede accanto a me scuotendo la testa. "Dimmi le volontà del Padre, ti prego fratello mio".
"Carlomanno. In quanto fratello maggiore, nostro Padre mi ha lasciato le terre di Austrasia, Neustria e l'Aquitania che tanto amo. Le governerò onorando la sua memoria mandando avanti il mirabile progetto di conquista che tanto perseguiva. A te, fratello minore, ha lasciato le prosperose terre di Provenza e le terre ad oriente del Regno. Gioisci e brinda con me alla memoria di nostro Padre che ti ha lasciato la chiave di un regno la cui fertilità è fonte di orgoglio ed esempio per tutto il mondo".
"A nostro padre! Che possa riposare in pace nel regno oscuro!"
I calici cozzano fragorosamente.
"A nostro padre! E alle sue vittorie che verranno cantate in eterno!"

Beviamo.
Guardo Carlomanno trangugiare avidamente il sangue della terra e non riesco a trattenere una risata.
"Che hai fratello mio? Sei contento di essere diventato padrone di un regno così magnifico?" mi apostrofa.
"No mio giovane amico. Rido perchè tra poco raggiungerai colui che ti ha generato, il cui corpo avrà già iniziato a marcire"
Mi osserva sbalordito, senza capire il senso delle mie parole. La prima fitta allo stomaco lo coglie impreparato. Cerca di sguainare la spada ma le forze lo abbandonano. Si accascia sul pavimento in preda alle convulsioni, come un pesce fuor d'acqua finchè non soffoca nel suo stesso vomito. Il veleno ha svolto egregiamente il suo compito.
Accuserò qualcuno dell'omicidio e mi godrò il mio nuovo regno. Dicono che i Demoni non abbiano il senso dell'umorismo... ma trovo estremamente divertente il fatto che presto diventerò Imperatore. Un'incarnazione di Dio in terra.
Imperatore del Sacro Romano Impero.


Attendo. Attendo pazientemente in piedi, a lato di questa strada polverosa che taglia il deserto in due da Pahrump a Paradise. Immobile, come una statua di sale. Respiro l'aria fredda e pungente della notte Californiana a una cinquantina di miglia dal mio nuovo terreno di caccia preferito, la Babilonia di questo secolo. Las Vegas.
Attendo da due giorni. La mia natura demoniaca mi permetterebbe di materializzarmi in un qualsiasi punto del globo, semplicemente desiderando di trovarmi lì ma voglio che tutto sia perfetto. Sono qui per incontrare Lei e voglio che tutto sia come lo desidero. Passerà di qui, ne sono certo.
La amo da tempo. La osservo da ancor di più. Ho iniziato a trovarla interessante molti anni indietro, la Sua storia ha fatto di Lei la meravigliosa creatura che è adesso.
Si chiama Patricia. Patricia Watanabe.
Il suo nome non tradisce le sue origini nippoamericane di cui va fiera e che tanto rispecchiano la sua personalità. Il padre Shigeru Watanabe era un esponente di spicco della Yakuza e controllava il quartiere di bordelli e alberghi ad ore di Asakusa, a Tokyo. La madre, Shirley, una modella texana sul viale del tramonto che si era trovata in Giappone per una pubblicità di una crema per il viso, uno di quegli intrugli che danno alle donne l'illusione di ingannare la vecchiaia e di allontanare il fatidico momento della morte. Si erano incontrati. Lui attratto dalla bellezza di lei, lei dalla sensazione di immenso potere che lui emanava.
Patricia era stato il risultato di quest'amore arido. Un amore destinato a dissolversi tra le droghe assunte dalla ex modella per alleviare la sofferenza della distanza dal suo paese natìo e la violenza dell'uomo d'affari giapponese che commissionava ogni settimana almeno due o tre omicidi, e picchiava la moglie quando tornava tardi a casa, dopo aver dato sfogo ai suoi istinti tra puttane e sakè.
Patricia aveva avuto il primo incontro con la morte a soli dieci anni nel giardino della sua sontuosa villa di Tokyo. Uno degli scagnozzi di suo padre era tornato ferito da uno dei soliti "giri" di lavoro: il suo bersaglio si era dimostrato un abile combattente, e informato dell'arrivo del killer della famiglia Watanabe, gli aveva teso un agguato. L'uomo era passato da predatore a preda ed era morto lì, nel giardino, premendosi l'addome per evitare che gli intestini gli uscissero dallo squarcio causato da un'affilata katana, davanti agli occhi di Patricia.
Fiori di ciliegio e sangue.
La bambina era impegnata a dare da mangiare alle carpe-specchio nel laghetto artificiale. Non si era scomposta quando l'uomo era caduto stecchito, sul prato ben curato. Si era avvicinata, l'aveva guardato con curiosità fino a quando non si era accorta di aver sporcato i suoi sandali di sangue. Dopodichè aveva pulito i piedi nell'erba, era tornata in casa, aveva chiamato la domestica e le aveva detto con il candore che solo i bambini possono avere: "Midori, c'è un uomo morto nel giardino". Dopodichè era tornata a dar da mangiare ai pesci nella vasca in cortile, come se niente fosse.
Una bambina qualsiasi sarebbe impazzita. Ma non lei. Lei era - Lei è, splendidamente diversa. E quel cadavere sarebbe stato il primo di una lunga serie che avrebbe visto, tra i quali, quello della madre rinchiusasi in bagno e morta di overdose dopo aver subito l'ennesimo pestaggio da parte del marito..
Shigeru era affascinato dalla figlia ma ne era anche spaventato. Non la capiva. Lui, così potente e temuto, non riusciva ad entrare nei pensieri della piccola Patricia. Dalla nascita, non l'aveva mai vista versare una lacrima e la sentiva come una strisciante minaccia alla sua posizione e così, per tutelare il suo impero, l'aveva mandata in California dai nonni a studiare all'età di quattordici anni.
Studentessa brillante al college, si era iscritta a Medicina all'Università, ed era diventata un medico, un anatomopatologo così in gamba da richiamare l'interesse del Federal Bureau of Investigation che l'aveva subito fatta diventare parte del suo staff, per la sua capacità straordinaria di analisi e per la sua meticolosa dedizione al lavoro.
Il mondo sa ben poco di Patricia Watanabe: le poche amicizie che ha mantenuto dai tempi del college, gli amanti occasionali attratti dalla sua bellezza mezzosangue, i colleghi per i quali e' una stimata professionista, la storia di questa donna si limita soltanto al suo periodo americano, agli ultimi diciannove anni. Lei non parla mai del suo passato, nè tantomeno stringe rapporti poco convenienti con sconosciuti e passa quasi inosservata.
Quello che il mondo non sa è che a parte sezionare cadaveri per le indagini dell' FBI, Patricia ne procura sempre di nuovi: è questa la parte di lei che adoro. Si procura il lavoro in maniera autonoma. E' la killer più spietata che abbia visto da due millenni, un ribollire immenso d'ira per il genere umano nascosto dietro a un viso angelico ed impassibile. Un vulcano sommerso e sempre pronto ad esplodere.
Nella zona di Las Vegas, ogni anno sparisce una moltitudine di persone. Alcune si suicidano dopo aver perso tutto in uno dei tanti scintillanti casinò, altre si rinchiudono in una sfera di solitudine all'interno di casa per non uscirne mai più, alcune scappano alla ricerca del sogno americano e chiedono un passaggio in macchina per raggiungerlo. Non importa in che direzione. Ventisette di questi ultimi, hanno incrociato Patricia negli ultimi tre anni e nessuno li ha più visti. La strategia è sempre quella, precisa, chirurgica. Gli autostoppisti sono felici nel vedere il grosso Blazer nero che si ferma, e spesso, ancor più felici nel vedere la bella, giovane donna alla guida. Li fa salire, scambia quattro chiacchere con loro, dopodichè, chiede loro di cercare gli occhiali da vista che ha sbadatamente dimenticato nel vano portaoggetti.
In quel momento colpisce. Colpisce con una scarica elettrica, una pistola stordente comprata su internet ma molto, molto efficace. Le vittime vengono portate fino a casa di Patricia in stato di incoscienza o di paralisi. Li porta in cantina dove ha un tavolo chirurgico e li fa a pezzi con i suoi strumenti di lavoro. Asporta gli organi. Li analizza. Annota su un diario le patologie riscontrate e fa delle stime su quanto sarebbe durata la vita delle loro vittime se non l'avessero incontrata. Congela gli organi interessanti e seppellisce il resto in una grotta scoperta per caso nel bel mezzo della Death Valley.
Come si può non amare una così splendida creatura? E' la compagna ideale per me, Amon, demone dell'Ira.
L'ululato di un coyote sorpreso dal passaggio di un veicolo in fondo alla strada, con i suoi fari che squarciano la notte, mi sveglia dal mio torpore. Il mio aspetto umano è perfetto, la barba incolta, i capelli lunghi, bei lineamenti del viso. Allungo lo mano, il pollice in bella vista e guardo il Blazer avvicinarsi.
Si ferma. E' lei
"Ciao! hai bisogno di un passaggio?" mi dice sporgendosi verso di me.
"Si.. uh.. grazie... sto andando a Las Vegas. Mi ci puoi portare?"
"Certo, sto andando proprio lì, sali"
Senza farmelo ripetere, salgo sulla macchina. Partiamo. Lei mi osserva con la coda dell'occhio in maniera curiosa, come una tigre che pregusta il sapore della preda. E' bella, bellissima e rimango a fissarla per una decina di secondi.
"Cosa c'e'? Che guardi?"
"Niente, niente... cioè, sei così bella..."
Sorride. "Come ti chiami?" mi chiede.
"Amon"
"Amon? che nome è? Di dove sei?"
"Se te lo dicessi non mi crederesti... comunque, non sono di queste parti"
"Ho capito... tu sei uno di quegli uomini che parlano poco vero? Senti, fammi una cortesia, potresti allungarmi gli occhiali da vista? sono li' nel cruscotto..."
Mi sporgo in avanti, il momento è giunto. Cinquantamila volt scuotono il mio corpo, si è mossa silenziosa come un serpente colpendomi al collo, la sua solita precisione. Rido.
"Patricia, amore mio, puoi fare meglio di così... riprova, forza!"
Mi osserva terrorizzata e colpisce di nuovo. Rido più forte e mi sporgo verso di lei. Tutte le certezze della sua vita si sgretolano davanti ai miei occhi mentre la bacio e le sussurro tutto il mio amore in un orecchio.
Non ha più senso mantenere sembianze umane. Voglio che mi ami per quello che sono, un demone. Il demone, quello che lei ha portato dentro per tutti questi anni.
E sono denti, artigli, ali e coda. Si sta stretti in questa prigione di metallo su quattro ruote, ma non fa niente. Ora è il mio turno. La mordo al collo, la graffio e mi nutro di lei. Il sapore dolce del sangue si mischia a quello salato della carne in un trionfo d'amore. Nutrendomi di lei, avrà garantita la Vita Eterna. Vivrà per sempre dentro di me.
"Questo è amore... e l'amore, si sa, non muore mai..." penso mentre mi ingozzo della sua carne. Un dolore alla bocca, un oggetto che è rimasto incastrato tra i miei denti, nella mia bocca grondante dolce nettare. La sua collana.
Un minuscolo fiore di ciliegio con una ancor più minuscola incisione:
"Love never dies"

Alto stavo, sulla torre di Dite,
quand'ivi giunse Pluto, fedele messo
dall'aria scura, le mani ferite
gridando: "Amon, è giunto qui, adesso
il famoso Poeta, di nome Dante
richiede una guida, che sia lo stesso
padrone del giron d'Ira fumante"
"Ora, Pluto, mostrami il mortale,
e veder gli faro' chi è qui il regnante"
Così andai, all'incontro fatale
tra me e il Poeta, senza indugiare,
scendendo giù, nel regno del Male.
Eccolo qui, non riesce a parlare
il misero umano, davanti agli artigli
e alle ali mie, continua a tremare.
"Vieni Poeta della terra dei Gigli,
ti condurrò attorno alla Stigia
senza che alcun dannato ti pigli"
L'acqua è nera, e un anima grigia
d'Ira, lo afferra e lo tiene
stretto, ma Amon non indugia
e spezzando man e catene dannate
sorride al Poeta, come nulla fosse,
tra l'urla alte dell'anime malnate.
"Ora mio Dante, dalle vesti rosse
rimembri quel giovine che anni fa,
hai ucciso e mandato in queste fosse?
Lui è qui, per cio' che tu facesti
e io anelo il prestigio d'aver qui
un'anima colta, e che qui resti
a narrar le mie imprese, dove nacqui,
quante anime spazzai, e il mio potere
di oscur dimonio" e dopo tacqui
spingendo la sua gola a bere
le putride acque, senza fatica
alcuna, e donandomi piacere.
Il Poeta, inerme come formica,
sente la vita sfuggir, e morente
esclama "che Iddio ti maledica".
Già fatto Poeta. Già Fatto.

Adoro passeggiare lungo i canali di Amsterdam durante la notte. Camminando sulla Damrak fino all’ingresso del Red Light District, immerso nel mio mantello nero, galleggio sicuro nell’umanità variopinta che mi circonda. Annuso, guardo, ascolto. Mi diverte. E’ facile trovare il vizio qui, e ancor più facile reclutare nuove schiere di anime per il mio Nero Signore…
Interagisco raramente con loro. Solitamente, rispetto il libero arbitrio. Ho imparato nel corso dei secoli che è molto più conveniente coltivare un’anima dandole l’illusione di poter scegliere il suo destino, convogliandone la vita attraverso pochi, significativi episodi, piuttosto che continuare a manifestarsi davanti a lei, invadendo le palizzate della sua sanità mentale. Con un po’ di furbizia, una volta messe le briglie alla sua vita, riverserà Ira sugli individui che la circondano, scatenando una reazione a catena praticamente incontrollabile. Un cane rabbioso.
La mia mano è la sua catena. Amon domina.
Basta scegliere bene il soggetto. I miei favoriti sono pochi, selezionati con criterio.
Entro nel quartiere rosso, schivando un gruppetto di ragazzi rumorosi e palesemente alticci. Ventisei anni fa, davanti a questo palazzo, proprio dietro quella vetrina con le tendine bianche, un ragazzo inglese uscito da poco di prigione per aver aggredito un poliziotto dopo una partita di calcio, spendeva le sue corone in quello che definiva “entertainment”. Un paio di birre doppio malto, una canna di libanese, e una bella scopata era il suo modo ideale per chiudere in bellezza una vacanza dissoluta prima di tornare a Londra. In questo caso, con una ragazzetta spagnola di nome Carmen, arrivata da poco in Olanda, per sfuggire a una vita disperata. Peccato che, per lei, creatura priva di talenti, ci fosse soltanto la prostituzione. Nessuna altra scelta.
La vicenda mi aveva interessato, data l’aura violenta che circondava il giovane inglese. Feci in modo che in quell’incontro Carmen rimanesse incinta: cattolica convinta, non avrebbe abortito quello che sarebbe diventato il mio Prediletto. E così andò: nove mesi dopo partorì Izaak, Izaak Rodriguez, un bambino sano e di costituzione robusta, proprio come il padre.
Dopo il parto, gli affari per Carmen iniziarono ad andar male: feci in modo che non riuscisse a perdere i numerosi chili accumulati durante la gravidanza e il suo corpo perse quelle forme che facevano impazzire gli uomini e che avrebbero permesso a lei e al piccolo di vivere con dignità. Si ritrovò presto a dover allacciare una relazione con Gus, un uomo molto più vecchio di lei, un essere dall’atteggiamento sadico e con problemi di alcolismo ma che poteva provvedere al loro sostentamento, nonostante le liti e i maltrattamenti che si riproponevano quasi ogni sera.
Nei cinque anni successivi il rapporto tra la madre e il figlio si rivelò difficile da sciogliere. Il mio piano rischiava di andare a fondo dato che Carmen, nella sua solitudine, riversava sul piccolo Izaak tutto l’affetto che non aveva ricevuto nella sua infanzia. Lo stava rendendo un Agnello. E questo, non potevo permetterlo.
Non ebbi altra scelta che farla sparire dalla scena. Durante una lite che si perpetrava già da più di mezz’ora, guidai la mano ebbra di Gus che impugnava un rasoio, verso la gola di Carmen. Dopo tutta questa miseria, le concessi una morte rapida. Ma prima che la polizia sfondasse la porta e crivellasse l’assassino di colpi, l’uomo si accanì su Izaak, sfregiandogli il volto.
Il più era fatto. La perdita della madre, lo sfregio sul volto, le sue origini, il sangue misto e la solitudine. Sarebbe diventato rabbia pura. La ricetta perfetta.
Sono passati 19 difficili anni da quel giorno di lutto. Ora lui, Izaak, sta uscendo dal retrobottega di quel coffee shop all’angolo della via. Lo guardo con affetto, come un padre davanti al figlio che muove i primi passi: sarebbe anche un bel ragazzo se la guancia non fosse rimasta così segnata ma tutto questo è accaduto per un fine superiore e, nel tempo, capirà. Supera il metro e novanta, e i cento chili di suo padre, di cui ha preso anche gli occhi verdi mentre i capelli lunghi scuri, fitti, lisci, sono quelli di sua madre. Lineamenti duri, scolpiti nell’acciaio, che poco si addicono alla suo attuale lavoro di fotografo.
Gli è stato portato via tutto e lui, appena l’occasione si presenta, porta via tutto quello che può agli altri. L’orfanotrofio prima e il riformatorio poi, lo hanno plasmato ancor di più, secondo i miei voleri. Più di una vita è andata distrutta dopo che le foto compromettenti per le quali ha un talento naturale, sono arrivate nelle mani, di mogli, madri, datori di lavoro. Semina rabbia, dolore, disperazione con una velocità sbalorditiva. Disgrega famiglie. E’ il suo hobby e io sono fiero di lui.
Ma dove va adesso? Si allontana velocemente, fischiettando. Lo seguo, sotto la pioggia fitta e lieve che mi punge il volto, mentre si inoltra nei vicoli bui, illuminati solo dalle luci rosse sopra le porte, tra turisti alla ricerca di amore facile e ragazzi usciti dalle discoteche. Ha un sorriso strano sul volto e, a parte l’immancabile macchina fotografica al collo, nelle mani stringe un pacchettino. Gira l’angolo, si ferma davanti a una porta di vetro e bussa, tre volte. Mi fermo ed osservo.
Una ragazza bionda gli apre la porta. Sorride dolcemente e lui ricambia, con un’espressione che non gli ho mai visto sul viso.
Carnagione chiarissima, occhi verdi, viso da bambola, labbra rosse come ciliegie mature.
Bellissima
Proprio come un...
NO!
RABBIA. RABBIA. RABBIA. RABBIA. RABBIA.
Conficco le unghie nel palmo della mia mano fino a sanguinare. Il sangue, nero, scende copioso. Acqua e sangue.
Maledetta. La pagherai. Mi vendicherò. Mi vendicherò.
La Regina Bianca ha mangiato il Mio Alfiere.

Umani.
Vi osservo da sempre.
Mi stupite da sempre.
Passate la vostra misera esistenza a chiedervi il senso della vostra vita terrena senza nemmeno sospettare quanto siete infinitamente piccoli.
Vi credete grandi.
Mi dispiace deludervi ma non siete altro che il nostro divertimento. Il nostro Gioco. Una scacchiera immensa manovrata dal Grande Bianco e dal Grande Nero. Lo Yin e lo Yang, il Male ed il Bene. La Luce ed il Buio.
Angeli e Demoni.
Tendete a distinguerli, ad opporli, ma in realtà il Bianco ed il Nero vivono in simbiosi. Se poteste vederli, probabilmente li definireste "amici per la pelle".
Bè. Oggi il Grande Nero non c'è. Al suo posto, ci sono io, Amon. Demone dell'Ira.
Il Grande Nero è stanco di giocare, e mi ha dato il noioso incarico di trovare in ventiquattro ore un umano che possa mantenere la partita in equilibrio per un pò. Cinquant'anni forse. O forse una vita non basterà e dovrò scendere ancora tra di voi e trovare un altro "Libra". L'Uomo in cui il Bianco ed il Nero coesistono perfettamente.
Una semplice pausa nel gioco.
So già dove trovarlo. Inutile cercare tra quelli che definite "Potenti": i politici sono corrotti, i capi di stato non sanno nemmeno cosa possa voler dire "neutralità", agiscono solo per interesse personale e per quello di piccole cerchie di Eletti. Ma Eletti da chi, ve lo siete mai chiesto?
L'Uomo che cerco, il "Libra" si chiama Johannes. E' Sudanese. Vive nel Darfur. E' un uomo che sa cosa vuol dire uccidere un altro essere umano ma non lo fa per invidia. Non lo fa per soldi. Lo fa per sopravvivere allo sterminio perpetrato dal suo stesso Governo nei confronti del suo popolo che vive in una regione dove la vita vale poco. Troppo poco. E' amato dalle persone che gli stanno accanto perchè rappresenta la loro speranza di sopravvivere un altro giorno, non importa come. E' capo del Fronte di Resistenza, un gruppo di ribelli per i quali il fine giustifica i mezzi.
Pura, semplice sopravvivenza. Il suo scopo sarà quello di fare in modo che l'essere umano possa continuare a sopravvivere, sarà un nuovo Adamo.
E' lui il Leader. Gli conferirò il Sapere, la Scienza, le conoscenze necessarie perchè possa continuare ad agire in maniera neutrale senza chiedere nulla in cambio.
A parte un piccolo tributo di vite, ovviamente.
Il Grande Nero ha chiesto che l'equilibrio non venisse intaccato ed io eseguirò i suoi ordini. Alzate gli occhi ora. Se vedete il cielo diventare rosso sangue, è perchè una pioggia di fuoco sta per abbattersi su di voi.
Sodoma e Gomorra.
Se si oscura, potrebbero essere le cavallette che tempo fa hanno messo in ginocchio i Faraoni. Tempeste di sabbia, tsunami, terremoti, userò tutti i miei poteri per sterminarvi finchè non sarete ridotti all'uno per cento della popolazione mondiale, ma sceglierò con cura le mie vittime.
L'equilibrio esistente tra il Bene e il Male non verrà intaccato. Sarete solo in meno a contendervelo.
Molti di meno.

Amon è il mio nome. Esisto dalla notte dei tempi. Vivo tra Voi, vi osservo mentre sfogate i vostri istinti e rendete omaggio al mio Signore. La vostra Ira è la mia forza, la rabbia e la violenza che quotidianamente perpetrate sono la mia fonte della Vita.
Vi amo, sapete? Come amo questo corpo decrepito che, in via del tutto eccezionale, ho deciso di possedere. Appartiene a una vecchia megera, una cartomante circense, dal viso solcato di rughe e dalle mani che paiono radici secche. E' senza tempo, proprio come me. Crede di aver ricevuto da Dio il dono della chiromanzia, povera stolta! Non sa. Non immagina nemmeno...
Comunque, io sorrido con questa bocca sdentata. Tra poco Lei entrerà nel mio tendone. Forse non mi crederete ma è dall'assedio di Gerusalemme che non provo una simile gioia; concentrandomi, riesco ancora a sentire l'odore del sangue, il rumore di spade e scudi, le grida disperate dei feriti. La morte, il mio trionfo che striscia tra di voi…
Eccola. Entra nel tendone, accompagnata da una donna che pretende di esserne la madre. Mi inchino al Suo cospetto, con fatica. Questo vecchio corpo non mi consente di sfoggiare la mia leggendaria agilità da guerriero, ma non importa. La donna è agitata... ma prima che possa proferire parola la zittisco con un "Shhhh.." sommesso e faccio segno ad entrambe di accomodarsi sui cuscini davanti a me, al mio tavolino, tra incensi e candele da pochi spiccioli.
Mentre mischio le carte con queste mani nodose, osservo i miei ospiti: Lei è bella, bellissima. Ha otto anni, 6 mesi, 3 giorni. Io so. Capelli biondi, occhi azzurri, il viso che voi umani notoriamente, associate agli angeli.
Osserva con curiosità le carte che sto mischiando. La madre è visibilmente spaventata. Dopotutto, aver trovato la figlia fradicia di sangue la notte prima, può essere un'esperienza traumatica per una donna sulla quarantina, soprattutto quando la bambina è indenne e il sangue non si sappia da dove provenga...
Ad ogni modo, questi sono patetici dettagli: le carte vibrano sotto il mio tocco. Sfioro il dorso del mazzo, ne escono tre.
La Morte. Accettare l'inevitabile. Passare attraverso ciò che non può essere evitato. Chiudere una porta, aprirne un'altra.
Il Diavolo. La scelta di vivere nell'oscurità. Il pensiero negativo. La sottomissione.
Il Matto. Entrare in una nuova fase. Sorprendere qualcuno. Agire d'impulso. Prendere la via della pazzia.
Gli occhi della bambina luccicano. Luccicano come il coltello malese che ho fatto scivolare tra le sue piccole mani mentre la madre, ipnotizzata dalle carte, non si è accorta di nulla.
Stupida, patetica umana! Le mani della piccola si muovono veloci, la gola della donna è tagliata con un sibilo. Sangue nero si riversa sulle carte, il corpo si accascia in avanti. Il cerchio è chiuso.
Sorride beatamente mentre mi prende per mano e mi aiuta ad alzarmi. Lilith è il suo nome.
Ed è rinata, per tornare da Me...
Correva da solo sulla strada che costeggiava lo strapiombo sul mare. Nelle orecchie, il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli, quasi volessero dargli il ritmo giusto, una specie di Metronomo Naturale. Correva su una strada da una corsia per senso di marcia, un nastro di asfalto nero, bagnato da quella stessa pioggia da temporale estivo che l'aveva rinfrescato e confortato pochi minuti fa, ricordandogli i tempi in cui, febbricitante, gli veniva posato un fazzoletto bagnato sulla fronte. Inspirava col naso trattenendo il profumo di asfalto umido, espirava con la bocca, da vero atleta qual'era. Correva da tanto, tantissimo tempo, fermandosi raramente solo per espletare i bisogni primari.
Spesso, cibo e bevande gli venivano offerte per la strada, da persone che avevano sentito parlare di lui ed erano curiose di vedere di persona quello strano ragazzo che non si fermava mai. Quel ragazzo che non sentiva nemmeno il bisogno di dormire. Quello che, quando era stanco, si perdeva in una specie di sonno senza sogni, senza pensieri: ma le gambe continuavano a macinare chilometri, rifiutavano di fermarsi e lui le seguiva.
Più volte, in tutto quel percorso, era stato affiancato da persone che volevano correre con lui: scambiavano quattro chiacchere insieme, condividevano la fatica delle salite, e la gioia delle discese, ma nessuno di loro riusciva a tenere il ritmo per lungo tempo e sfiancati, si fermavano o stramazzavano al suolo. SI ritiravano. L'insolito sodalizio finiva così, di colpo, si perdeva nello stesso nulla dal quale era nato. Alcuni di questi improvvisati atleti, intervistati dalle Tv locali, avevano poi dichiarato sorridenti davanti alle telecamere che si erano fermati non per crolli fisici, ma perchè semplicemente avevano di meglio da fare. Correre era la loro passione, ma correre così, senza una meta, non aveva senso. Non avevano traguardi, non avevano premi da vincere.
La salita era dura e il ragazzo scivolava a causa delle suole ormai lisce delle sue scarpette da corsa. Scivolò due volte. Cadde. Si rialzò, incurante della fastidiosa sbucciatura che si era procurato e ripartì. La fine della salita era vicina. 100 metri, 50... 20... 10...
Si fermò. Davanti a sè, il mare. Un arcobaleno, con tutti i suoi colori che si perdeva nella timida foschia del mattino. Uno spettacolo meraviglioso. Una lacrima solitaria gli rigò il volto.
Era arrivato. Non avrebbe più corso. Mai più.
Un forte tonfo lo svegliò. Aprì lentamente gli occhi e si ritrovò a fissare una sottile lama di luce che entrava da uno squarcio nella parete irregolare mentre tutto l'ambiente attorno a lui era immerso nelle tenebre. Dov'era finito? L'uomo tirò su il busto e si mise a sedere cercando di ricordare cosa fosse accaduto mentre controllava in maniera metodica il suo equipaggiamento. Il lungo coltello dalla lama seghettata era ancora infilato nei suoi pesanti anfibi, le granate erano ancora appese alla giberna. Due dei quattro caricatori che erano solitamente infilati nel suo giubbotto mimetico erano andati perduti ma tastando accanto a sè trovo il suo inseparabile fucile. Sorrise. La cinghia della tracolla era rotta ma il peso dell'arma da fuoco tra le sue mani gli diede subito la forza d'animo necessaria per affrontare la situazione d'emergenza nella quale sembrava essere finito.
Non ricordava niente. Niente, a parte il fatto che la sera prima era rientrato da una importante missione antiterrorismo che purtroppo si era conclusa in anticipo, proprio mentre stava acquisendo il suo bersaglio, a causa di un'improvvisa trasmissione radio proveniente dalla base. Per ordini diretti del suo Generale era rientrato in tutta fretta al campo e dopo un breve debriefing era andato a dormire nella sua tenda.
Nutriva una specie di adorazione nei confronti del Generale. Proprio quest'ultimo l'aveva scelto tra una miriade di altri soldati in un freddo pomeriggio di metà Dicembre, lo aveva elevato di rango, portato nei suoi alloggi e gli aveva affidato missioni di natura sempre più rischiosa ma del quale lui andava orgoglioso. Gli aveva dato mezzi d'avanguardia e equipaggiature tecnologicamente avanzate e lui, in cambio, metteva tutta la forza fisica, la passione e la dedizione spirituale nell'adempimento del suo incarico, piccolo o grande che fosse. Ma la cosa che più adorava, è che, nonostante la differenza di grado, il Generale non lesinava mai una parola di conforto nei suoi confronti anche se la missione andava storta o se qualche imprevisto costringeva il soldato a rientrare.
Ma non era il momento per i sentimentalismi. Cercò la radio. Aveva bisogno di comunicare la sua posizione: sapeva che se fossero riusciti a tracciare il segnale dalla base avrebbero potuto tirarlo fuori da lì: si mise a rovistare in mezzo alla sporcizia che c'era attorno a lui. Solo in quell'istante si accorse del tanfo nauseabondo che sembrava ristagnare nell'aria. Odore di decomposizione, non sapeva nemmeno definire se fosse vegetale o animale. Tappandosi la bocca si mise a spostare le macerie, i rifiuti, le ingombrante lamine di metallo che sembravano circondarlo, alla ricerca della preziosa radio. Trovo tutt'altro. Con un moto di disgusto lascio cadere ciò che aveva appena raccolto. La testa del terrorista che stava pedinando solo il giorno prima nella fitta giungla rotolò ai suoi piedi facendo un rumore macabro. Vacillò.
Stringendo il coltello corse incespicando fino allo squarcio nella parete e colpì con tutta la forza che aveva in corpo. La lama entrò, trapassando una resistenza quasi gommosa. Vi si appese e spinse verso il basso, la parete si aprì come se fosse un tendone di plastica...
Guardò attraverso il passaggio che si era creato con la forza e fu allora che urlò. Un urlo sovrumano, colmo di dolore. La sua voce uscì e si perse tra i rumori della strada che gli si parava davanti. Non era un tendone di plastica. Era un sacchetto di un supermercato...
Era stato gettato via. Buttato nei rifiuti. Spazzatura.
Com'era possibile? Erano passati solo tre mesi e lui non aveva mai tradito la fiducia del suo Generale, anzi. Aveva dato tutte le sue energie nelle massacranti sessioni di gioco del doposcuola. Aveva fatto il suo dovere per amore, per passione, Aveva conquistato il deserto di sabbia del parco, aveva nuotato nelle profondità della vasca da bagno, aveva cavalcato Jimbo, il terrificante Rottweiler del Generale (e ne era stato anche qualche morso qualche volta), e insieme al Generale avrebbe fatto del mondo un posto migliore, ne era certo. Avevano grandi progetti loro!
Ma ora? Doveva trattarsi di un errore, Non poteva essere vero. Doveva scoprirlo a tutti i costi, aveva bisogno di capire perchè, di sentire dalla voce del suo comandante che le missioni non erano finite e che questa scomoda situazione era il risultato di un incidente diplomatico. Con il cuore gonfio d'ansia e di preoccupazione uscì e si preparò alla lunga marcia. Grazie al suo addestramento, capì subito che era all'angolo della strada, vicino al semaforo, dove i sacchi venivano lasciati in attesa che gli addetti alla Raccolta Differenziata passassero a ritirarli. Tornare alla base che distava almeno una cinquantina di metri sarebbe la missione più importante della sua vita. Deciso, si lanciò dal marciapiede e iniziò ad attraversare la strada.
A bordo della Renault Megane di famiglia, il piccolo Gabriele raccontava alla mamma la sua giornata di scuola, con quella spensieratezza tipica della sua età, l'entusiasmo di un bimbo di sei anni che scopre il mondo per la prima volta. I litigi con quell'antipatico di Andrea, le uova della mensa che non erano buone (perchè a suo parere, dentro non avevano il pulcino), la maestra Fernanda che, poverina, era scivolata durante la ricreazione e allora erano venuti i signori dell'ambulanza perchè pensavano che si fosse rotta una gamba, erano gli argomenti del giorno e la mamma ascoltava divertita tutto quello che quella piccola peste le riferiva. Si avvicinavano ridendo e scherzando a casa così come la prospettiva di un normale pomeriggio di panni da stendere e stirare per la mamma, e a base di merenda, cartoni e giochi per il bambino. Quello che Gabriele non sapeva era che la mamma aveva gettato via i suoi soldatini preferiti perchè un eminente psicologo li aveva bollati come "antisociali" e "potenzialmente pericolosi" per le fragili menti dei pargoli della nazione ma la mamma sperava intensamente che Gabriele non ne facesse un dramma. Dopotutto, l'aveva fatto per il suo bene: lei era una mamma moderna, pronta a captare tutti i consigli dei più eminenti esperti di psicologia infantile, e dei migliori pediatri pur di fare di suo figlio un bambino sereno, equilibrato e felice, E poi, i bambini, ci mettono poco a dimenticare, anche se quei soldatini erano diventati una specie di ossessione per suo figlio. Li portava dappertutto, il marines dai capelli corti e il viso serio, e l'altro, quello brutto, col passamontagna e i tatuaggi.
Entrati nel lungo viale dove abitavano, l'atmosfera nella macchina era un tripudio di divertimento tra boccacce del bambino e le imitazioni della mamma di personaggi famosi. Ancora un semaforo e avrebbero parcheggiato davanti a casa. Interrompendo la sua versione di Jim Carrey in "The Mask", la mamma notò che il verde era scattato e partì con un insolito sprint. Accadde tutto in un attimo. La donna vide con la coda dell'occhio la sagoma bianca e rossa e i fari abbaglianti accesi del grosso furgone che, per la fretta di passare con il giallo, aveva calcolato male i tempi e ora si stava precipitando su di loro ad alta velocità. Non avrebbe frenato in tempo. Li avrebbe presi in pieno sulla fiancata, ne era certa, Quella del passeggero.
Non... non... non...
Si allungò istintivamente verso il sedile del passeggero, abbracciando il figlio e facendogli scudo con il corpo.
Un fischio di gomme così forte da far male, da far chiudere gli occhi. Un boato.
Nessun rumore di lamiera schiantata, nessuno botto dell'airbag in apertura, nessun clacson bloccato. Niente di niente. Pochi, eterni, secondi.
Riaprirono gli occhi. Il furgone del corriere si era ribaltato davanti a loro, su un fianco e il giovane conducente stava gia' cercando di uscirne attraverso il finestrino, balbettando delle scuse. La mamma strinse il figlio ancora una volta, si assicurò che stesse bene e scese dalla macchina mentre una piccola folla di curiosi iniziava ad ammassarsi all'incrocio domandandosi cosa fosse accaduto.
Nemmeno lei lo sapeva. Quale angelo aveva evitato quella che le era sembrata una collisione inevitabile? Quando arrivò al furgone, rimase incantata a guardarne la gomma anteriore sinistra che ancora girava. Girava. Girava sempre più piano fino a fermarsi del tutto.
Là, conficcato nel battistrada ormai squarciato, c'era un pezzo di plastica verde. Lo tirò, con delicatezza e venne fuori senza alcuno sforzo.
Lo guardò, e ci vollero alcuni istanti prima che capisse cosa fosse.
Era il piccolo braccio di un soldato giocattolo, con ancora il minuscolo coltello saldamente incastrato nella mano.
Era un ragazzo strano. Ne era consapevole e non era l'unico a pensarla così.
I primi a convincersene furono i suoi genitori: quel figlio, che da piccolo si era rivelato un autentico, iperattivo scellerato, che più di una volta aveva rischiato la vita con la bici e lo skateboard, si era trasformato in un adolescente timido prima, e in un giovane uomo silenzioso poi. Talmente silenzioso da rifiutare ogni tipo di dialogo che non fosse strettamente necessario, talmente schivo in pubblico da risultare quasi invisibile, se non fosse stato per quella sua inusuale caratteristica che colpiva chi lo incontrava di persona come un chiodo impiantato direttamente nel cervello.
Aveva gli occhi gialli. Ipnotici. Da predatore. Gialli, di un giallo miele paragonabile solo a quello dei leoni africani e crescendo, era diventato imprevedibile proprio come quei felini, con dei repentini scatti d'ira alternati a momenti di assoluta tranquillità che sarebbe potuta passare per apatìa.
Questi cambiamenti d'umore uniti a quegli occhi così particolari gli erano valsi un "Leo" come soprannome tra gli amici e i compagni sin dalla prima elementare. All'anagrafe era registrato come Daniel, ma quel "Leo" si adattava così tanto a lui che anche suo padre e sua madre presero a chiamarlo così finchè non divenne un'abitudine consolidata.
I genitori che pensavano di conoscerlo, nel tempo si erano accorti di avere a che fare con una persona al limiti dello stravagante, dal comportamento spesso inspiegabile: era sempre affettuoso con i suoi cari, non negava mai una carezza delicata o un abbraccio silenzioso alle persone cui voleva bene ma era capace di isolarsi dal mondo e chiudersi a chiave in camera per ore, lunghe ore nelle quali la sua presenza era evidente solo per dei sommessi, continui singhiozzi di pianto. Inoltre, quando usciva, teneva quegli occhi gialli sempre rivolti verso il basso e la sua timidezza, unita alla consapevolezza dell’essere “diverso” lo portava a distogliere lo sguardo anche quando parlava con qualcuno: cosa che gli aveva causato non pochi problemi quando era giunto il momento di cercare un lavoro, ma che era riuscito caparbiamente ad ottenere. Era diventato tecnico del suono in una piccola radio locale, un lavoro per il quale era naturalmente portato.
Le sedute psichiatriche consigliate dalla madre non avevano rilevato alcuna patologia o disturbo mentale, anzi… i genitori di Leo, avevano scoperto che l’intelligenza del figlio superava di gran lunga la media e che aveva una memoria simile a quella di un calcolatore. Riusciva a ricordare dei dettagli insignificanti risalenti anche a una decina di anni prima, ma solo quelli relativi ai momenti dolorosi della sua vita. Ricordava il colore, il disegno e le maglie del guinzaglio nuovo che aveva comprato al suo cane Snoopy, il giorno stesso in cui il vecchio Beagle aveva avuto un infarto. Ricordava l’ordine in cui i suoi compagni erano entrati in classe il giorno in cui il bidello, durante l’intervallo, aveva dato l’annuncio che la professoressa di Inglese non sarebbe più venuta a scuola: un malore improvviso aveva colto la bella, giovane donna e lei se n’era andata così, senza nemmeno aver avuto l’occasione di salutare i suoi studenti che amava così tanto. Ricordava. Ricordava nomi e cognomi di tutti i centoquarantatre presenti in chiesa al funerale di Anya, l’unica ragazza che avesse mai amato prima che un incidente d’auto in una piovosa notte d’autunno gliela portasse via.
Ma qualche dettaglio sfuggiva. Allo psicologo. Ai suoi genitori. Ai suoi amici.
“Coincidenze” avevano pensato.
Aveva preso il guinzaglio per il vecchio Beagle come ringraziamento per quegli anni di giochi spensierati e gliel’aveva messo prima che il piccolo cane se ne andasse a morire nel giardino dietro casa.
Aveva posato una delicata rosa bianca, nel cassetto della cattedra prima che il bidello entrasse in aula con gli occhi rossi e gonfi di lacrime.
Aveva pianto una settimana al telefono con Anya scongiurandola di non andare in auto a quel concerto, prima che il telefono di casa suonasse nel bel mezzo della notte cogliendo tutti di sorpresa.
Tutti ma non lui.
Lui vedeva. Gli bastava fissare quello sguardo da predatore negli occhi una persona solo un istante per vedere il momento esatto in cui l’anima avrebbe lasciato il corpo. Ma guardandosi allo specchio non riusciva a vedere la sua morte.
Ma quello che era davvero strano per lui, era che nessuno capisse, che nessuno, a parte lui, vedesse. Era solo. Disperatamente solo.
Continuava a salire su quella scala di cristallo, trascinandosi faticosamente, passo dopo passo. Ogni volta che avanzava di un gradino, quello che aveva appena abbandonato si sgretolava cadendo nel vuoto, lasciando una scia di piccoli diamanti luminosi che si perdevano nel buio dell'abisso sottostante. Non poteva tornare indietro, poteva solo proseguire... oppure lasciarsi cadere e diventare lui stesso una stella cadente. Non riusciva a vederne la fine. Strati di nuvole impedivano la visuale verso l'alto, solo un fievole bagliore verso il quale la scala puntava indicava che la via era quella giusta. Avrebbe tanto voluto sapere a che punto della salita fosse, ma non aveva nemmeno punti di riferimento che lo confortassero. Era solo.
Tutti i gradini avevano delle incisioni. Quando toccò quello marchiato "Certezze" si sgretolò prima ancora che riuscisse ad appoggiarvi sopra tutto il peso: fu soltanto la sua prontezza di riflessi che gli permise di portarsi su quello successivo con un balzo che aveva del sovrannaturale. Tirò un sospiro di sollievo. Il più importante della sua vita. Seguì con la mente l'aria che si faceva strada attraverso le narici, diretta verso i polmoni, arrivò all'apice dell'inspirazione e tutto si fermò. Congelato in un istante eterno.
Fu allora, e solo allora, che cominciò a correre.
Guardava il corpo steso davanti a sè con aria curiosa, come un bambino che si trovi per la prima volta davanti ad un insetto esotico dalle sembianze aliene, ma non lo toccò. Il cadavere sul letto di quella squallida stanza d'albergo di Amburgo aveva quell'espressione tranquilla di chi passa dal sonno profondo alla morte senza nemmeno accorgersene: nessun segno di colluttazione, nessuna violenza, niente che potesse ricondurre a lui... sapeva bene che questo era l'ultimo, non avrebbe più avuto necessità di uccidere anche se, doveva ammettere che dallo spagnolo in poi aveva iniziato a prenderci gusto.
Sapeva che nessuno avrebbe cercato quel puntino rosso alla base del cranio, ma anche se lo avessero trovato e avessero effettuato un esame tossicologico, le cause del decesso sarebbero state comunque attribuite ad una insufficienza cardiaca... rara per un uomo di trent'anni, ma pur sempre possibile. Ripose la siringa nella sua elegante custodia di pelle, alzò il collo del suo giubbotto da aviatore e sgattaiolò fuori dalla stanza.
No, non lo avrebbero trovato nemmeno stavolta. Scese velocemente dalle scale, controllò che il portiere fosse ancora addormentato davanti alla televisione, lo aggirò silenzionsamente ed uscì nella fredda notte amburghese di dicembre.
Den Haag, Marsiglia, Barcellona, San Paolo, Ankara, Tebe e, finalmente Amburgo. Aveva atteso per cinque anni questo momento.
Cinque anni. Spesi ricercando foto nei database della polizia di tutto il mondo, negli album fotografici su Internet, negli archivi anagrafici di più di 280.000 città. Era un hacker molto meticoloso e capace, si limitava a recuperare le informazioni di cui aveva bisogno e cancellava ogni traccia del suo passaggio. Aveva scaricato foto, comparato volti, caratteristiche fisiche, età, segni particolari finchè non si era assicurato della validità dell'obiettivo, aiutato dalla potenza di calcolo di dieci Pc di ultima generazione e da sofisticati software per l'analisi grafica.
Era sicuro. Nessuno avrebbe collegato quelle strane morti in paesi così distanti tra loro, persone diverse, abitudini diverse, lavori diversi. Sette pianeti indipendenti. Sarebbero state archiviate, nonostante quell'Unico, Immenso Dettaglio.
Si dice che al mondo esistano sette sosia per ognuno di noi.
Lui, li aveva trovati. Tutti.
Una pioggia fitta e fine avvolgeva la città e le sue strade semivuote, una coperta di malinconia urbana che ammorbidiva le linee dure dei palazzi del centro. Solo le luci e la musica techno ad alto volume che proveniva dall'EthnoBar all'angolo sembravano dare un senso di vitalità, di umana presenza a quella via.
L'uomo, stretto nel suo cappotto di pelle nera, passò oltre e svoltò, gettando solamente un'occhiata distratta all'interno del locale. Una moltitudine di persone ammassate in un piccolo spazio, un gregge primordiale intento a sbronzarsi, ballare, gridare, confabulare. Un abbozzo di sorriso nacque su un angolo della sua bocca per sparire l'istante successivo, più rapido di un batter di ciglia.
Ricordava.
Un tempo, era stato un abitudinario frequentatore degli EthnoBar. Erano il posto ideale per chi fosse stato alla ricerca di una dose di Ark da iniettarsi nel collo, di una scopata facile o di un qualsiasi tipo di software illegale e lui aveva concluso alcuni dei suoi migliori affari in posti del genere, almeno finchè non aveva deciso che era giunto il momento di Elevarsi e di passare a un'attività più seria e remunerativa.
Guardò l'orologio. Le 23.48. Ancora dodici minuti.
L'Elevazione. Impossibile dimenticarla. L'Elevazione era stata una procedura lunga, non troppo dolorosa ma, nonostante tutto, quasi insopportabile. Ricordava bene il momento in cui era entrato nella capsula operatoria, era stato immobilizzato e gli erano stati iniettati i Sostitutori. Ricordava bene anche la sensazione di formicolio che si ingigantiva mentre i piccoli droidi entravano nel flusso sanguigno, andavano a posizionarsi nei punti critici del corpo e iniziavano il loro lavoro.
Un mese. La procedura aveva richiesto un mese di formicolio e di spasmi involontari, segno che i Sostitutori avevano potenziato quella zona del corpo ed erano passati alla successiva. Quando era uscito dalla capsula, gli assistenti del dottor Zhou lo avevano fatto sedere su una specie di poltrona gelatinosa e lo avevano aiutato a recuperare tutte le facoltà motorie, a uscire da quell'incredibile intorpidimento che, si diceva in giro, aveva causato dei danni cerebrali gravissimi a più di una persona. Un lavoro da 100.000 Crediti, prezzo alto ma giusto dato che erano pochissimi i laboratori dove questo tipo di operazione potesse essere eseguita. Forse cinque in tutto il mondo. Tutti clandestini.
23.55. Decise che era ora di muoversi. Rapidamente, attraversò la strada e sparì in un vicolo con una rapidità sovrumana. L'obiettivo si stagliava nella piazza che si profilava davanti a lui, marmo bianco e guglie alte che sembravano volersi conficcare nel cielo plumbeo... (continua)
Come ogni sera mi hai aperto quel cancello e mi hai invitato ad uscire. Avrei voluto dirti molte cose in quell'istante, ma non l'ho fatto. Come sempre mi sono limitato a guardarti con quegli occhi che piacciono così tanto alla gente, così dolci, così pieni di amore per te. Ed è così che sono uscito a testa bassa per la strada e ho iniziato a camminare per quel quartiere che adoro, che tempo fa percorravamo insieme, quando ancora avevi tempo per me ed eravamo felici insieme. Mentre mi godevo la fresca brezza della sera, colma di odori, mi sono venute molte, pressanti domande in testa. Perchè mi hai voluto con te? Forse perchè somiglio così tanto a quell'attore di quel film che hai visto e rivisto centinaia di volte? O forse perchè ti sentivi sola e avevi bisogno di qualcuno che ti amasse in maniera incondizionata come ti amo io? Non riesco a capirti... non riesco proprio a capirti.
Perso nei miei pensieri, ho continuato a girovagare con la mia andatura trotterellante, appena distratto dai rumori dei ragazzi che si divertono in quel pub in fondo alla strada finchè i miei passi non mi hanno riportato nei pressi di casa, dall'altra parte della strada.
Mi avresti riaperto? Mi avresti ancora coccolato come quando la nostra storia d'amore è cominciata? Avresti ancora avuto per me quelle attenzioni che un tempo mi davi e che non ho mai mancato di corrispondere?
Con questi dubbi ho attraversato la strada... e....
...due luci fortissime mi abbagliano, uno stridere di gomme, una macchina che si ferma a poca distanza da me. Due ragazzi dentro che imprecano. Non hanno espressioni arrabbiate, sembrano piu' sgomenti che altro, anche se gridano e non riesco a capire cosa dicono... ho paura, ma sembrano sinceramente preoccupati per me. L'istante dopo pare che siano davvero molto arrabbiati per qualcosa che non capisco, che non dipende da me...
Imbarazzato sono tornato a casa, senza dar loro troppo peso, cercando di dimenticare questo brutto momento. Per fortuna hai lasciato il cancello aperto e sono potuto rientrare rapidamente. Scodinzolando.
NdRegoleZero - Questo post è tratto da una storia vera. Lo dedico a quella stronza che lascia il suo bellissimo dalmata uscire di casa da solo e non si fa problemi ad ammetterlo pubblicamente. Tanto lui ritorna sempre a casa... Sai che ti dico? io so già a chi rivolgermi se dovesse capitare di nuovo.
Qui dentro fa un caldo infernale... il rumore forte e cupo del motore diventa piu' acuto ogni volta che i cingoli perdono momentaneamente aderenza con la terra, quella terra dura, secca e dalla superficie cosi' irregolare da ricordare le squame del dorso di un enorme alligatore. Sudo copiosamente e sto zitto: il silenzio mi consente di risparmiare liquidi ed evito di mordermi la lingua a sangue a causa di queste fottute buche come già mi è successo in passato e, a dire il vero non ho voglia di commentare le improbabili storielle di sesso che Max, il mitragliere sta sparando a raffica per ravvivare l'ambiente ma siamo tutti troppo stanchi per dargli corda.
Intanto penso... penso a quanto mi sento lontano da tutto. Non sono mai stato così lontano, da casa mia, dalla famiglia, dagli amici d'infanzia, perfino da me stesso. Quando ho deciso di intraprendere la carriera militare ho pensato che avrei dato un senso alla mia vita e tutto mi è sembrato così facile ed immediato... sembrava quasi di ripercorrere le grandi gesta degli eroi antichi tra coraggio e dedizione, onore e gloria per difendere i valori che fanno grande la nostra Patria, la Patria della quale sono da sempre innamorato e per la quale darei la vita. Sentivo i racconti del maresciallo in armeria che mi spiegava divertito quanto fosse difficile correre con il camion dei rifornimenti per il centro di Sarajevo quando qualche cecchino appostato sui tetti pensava di usarti come bersaglio mobile e immaginavo la scena, fotogrammi di un film che pochi hanno visto ma di cui tutti in un modo o nell'altro hanno parlato. Eroi per tutti tranne che per noi stessi.
Ora sono qui. Una missione di pace. Molti hanno chiesto espressamente di essere mandati in questo posto dimenticato da Dio, chi per questioni economiche, chi per curiosità e voglia di aiutare il prossimo, chi per senso della sfida. Ma nessuno si aspettava quest'inferno, questa non è pace: è una spada di Damocle appesa sulla testa di tutti noi. Non importa se militari o civili, la spada c'è ed è tenuta sospesa da un filo sottilissimo: ora sei vivo, tra cinque minuti potrebbero spararti addosso e potresti non esserlo piu'. Non importa se il soldato italiano è stimato in tutto il mondo per la sua capacità di tendere la mano piuttosto puntare un fucile addosso, qui non ci vogliono: facciamo tutti il nostro lavoro con passione e dedizione ma troviamo ostilità ad ogni angolo. Devo ammettere che i primi giorni sono stati davvero logoranti, ma ora riesco ad addormentarmi praticamente ovunque, cercando di capitalizzare al massimo tutti i momenti di relativa tranquillità che mi si presentano... ma è un sonno finto, in realtà non riesco nemmeno a riposare perchè i sensi, forse per spirito di conservazione, sono sempre all'erta e pronti a scattare. Ma ora no. Ora sono rilassato.
Sfilo il foulard della Brigata dal collo e mi perdo nei suoi colori, colori veri, non il solito verde-marrone impolverato e sporco della mimetica... no no, questi sono un bel blu intenso con una sottile linea gialla che lo attraversa . Blu come il cielo o come il mare che mi piace cosi' tanto... e il giallo? Ah, il giallo.... il colore del sole, quel sole che bacia l'Italia, il colore dei campi di grano, il colore di quelle zucche con le quali la nonna faceva i ravioli dal ripieno dolce e sugoso. Gli occhi mi si chiudono. Riesco a vedere con la mente la mia casa, il sorriso dolce della mia ragazza che aspetta che torni a casa in licenza. Il nostro primo bacio, la prima volta che abbiamo fatto l'amore, la mia promessa di tornare da lei per realizzare tutti i progetti che abbiamo fatto insieme sotto il cielo stellato d'agosto. Vedo tutto distintamente, come un album fotografico che si lascia sfogliare con facilità.
Uno schianto. Forse sto sognando. Forse ora mi sveglierò nel mio letto con lei accanto.
Voglio tornare a casa.